Grossman
Vasilij
Vita e destino
traduzione di Claudia Zonghetti
Adelphi, 2008
1024 p.
Biblioteca Adelphi
Inizia così:
La nebbia copriva la terra. Il bagliore dei fanali delle automobili rimbalzava
sui fili dell'alta tensione che correvano lungo la strada.
Non aveva piovuto, ma all'alba il terreno era umido e, quando si accendeva
il semaforo, sull'asfalto bagnato si spandeva un alone rossastro. Il respiro
del lager si percepiva a chilometri di distanza - lì convergevano
i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era
uno spazio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi
che fendevano la terra, il cielo d'autunno, la nebbia.
Sirene lontane - un ululato lungo e sommesso.
La strada si strinse alla ferrovia e la colonna di camion carichi di sacelli
di cemento proseguì per qualche tempo alla stessa velocità
di un convoglio merci che sembrava non avere fine. Nei loro pastrani militari,
gli autisti guardavano avanti senza girarsi né verso i vagoni che
passavano, né verso le chiazze pallide dei volti.
Poi dalla nebbia emerse la recinzione del lager: più giri di filo
spinato tesi tra piloni di cemento. Una dietro l'altra, le baracche formavano
strade ampie e diritte. La ferocia disumana dell'enorme lager si esprimeva
in quella regolarità perfetta.
Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene - e non ce ne sono
- due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie.
Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è
impensabile... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e
differenze, la vita si spegne.
In breve
«Ho appena terminato un grande romanzo a cui ho lavorato per quasi
dieci anni...» scriveva nel 1960 Vasilij Grossman, scrittore noto
in patria sin dagli anni Trenta (e fra i primi corrispondenti di guerra
a entrare, al seguito dell’Armata Rossa, nell’inferno di Treblinka).
Non sapeva, Grossman, che in quel momento il manoscritto della sua immensa
epopea (che aveva la dichiarata ambizione di essere il Guerra e pace
del Novecento) era già all’esame del Comitato centrale. Tant’è
che nel febbraio del 1961 due agenti del KGB confischeranno non solo il
manoscritto, ma anche le carte carbone e le minute, e perfino i nastri
della macchina per scrivere: del «grande romanzo» non deve
rimanere traccia. Gli occhiuti burocrati sovietici hanno intuito subito
quanto fosse temibile per il regime un libro come Vita e destino:
forse più ancora del Dottor Zivago. Quello che può
sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti,
ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul
male. Del male (attraverso le vicende di un gran numero di personaggi
in un modo o nell’altro collegati fra loro, e in mezzo ai quali
incontriamo vittime e carnefici, eroi e traditori, idealisti e leccapiedi
– fino ai due massimi protagonisti storici, Hitler e Stalin) Vasilij
Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna
e cancellazione della verità mediante la mistificazione più
abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel
cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce
a piegare il capo davanti alle sue sublimi esigenze.
da adelphi.it

Vasilij Grossman su Wikipedia.it
http://it.wikipedia.org/wiki/Vasilij_Sem%C3%ABnovi%C4%8D_Grossman
Il sito del Centro studi Vita e destino istituito a
Torino nel 2006
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